La chiesa di Santa Lucia è alta, svettante,
coraggiosa, e fronteggia la lunga e centrale via Vittorio Emanuele di
Acicatena, dominandola per una buona metà, sia pure in posizione non
perfettamente simmetrica.
Con la sua facciata barocca, il bellissimo portale in pietra lavica lavorata a
ricami e con la gradinata a foggia di piramide mozza, che fa da piedistallo al
vestibolo e alla distinta architettura, costituisce un punto di arrivo per chi
proviene da Acicatena, situato là dove s'incrociano le tortuose strade che
proseguono per Acireale e per Aci Sant'Antonio.
Isolata dalle altre costruzioni, osservata
frontalmente, è superba nella sua solitudine. Ma appare meno altera e persino
un po' dimessa, se oltrepassandola e avanzando per la ripida salita, che è
prosecuzione di via Vittorio Emanuele, ci si porta verso Cubisia, perché a sua
volta questa chiesa è dominata dalla chiesa S. Giuseppe e dalla stessa chiesa
della Sanità, sue filiali, oltre che da un fitto agglomerato urbano, che si
spinge sempre più in alto verso i - Rìnini - e verso la campagna aperta e
pianeggiante.
Si direbbe che il suo atteggiamento è duplice: superbo e sicuro nei confronti
del centro di Acicatena; dimesso e umile nei confronti di quella periferia,
fitta di case basse e palazzetti che le sta alle spalle.
Una linea ideale, lunga e ad un certo punto serpeggiante - costituita dalle vie
4 Novembre e Finocchiari, oltre che da Vittorio Emanuele - attraversando il
centro di Acicatena e andando oltre, la congiunge con la Matrice di Aci San
Filippo, sua antica madre e capo.
Ed è antica essa stessa. Venne elevata a parrocchia nel 1571 da mons. Antonio
Faraone, vescovo di Catania, sebbene fosse assai povera e nessun sacerdote vi
avesse fissa dimora. Perciò, nel pieno rispetto dei diritti preminenti della
Matrice di San Filippo, come dice la bolla di erezione, gli abitanti vennero
invitati a trovare un sacerdote che assumesse la cura della chiesa:
" ... Ordiniamo che in ditto loco si tenghino li sacramenti... et chi vi stia
un prete per ministrar li sacramenti, il quale volemo che si cerchi con
diligenza quanto più si può... non facendo pregiuditio alla madre chiesa di San
Filippo, la quali volimo che sia matre chiesa... e in dicta chiesa sancta Lucia
volemo che si leghi la dottrina cristiana... ".
Ma i santalucioti incontrarono difficoltà nel trovare il sacerdote, e ancora
nel 1576 la parrocchia di fatto non si realizzava. Di conseguenza, in
quell'anno, un nuovo documento, che si richiamava al primo, faceva ingiunzione
che si provvedesse al più presto, comminando la pena di onze cinquanta, qualora
l'ordine non fosse stato eseguito:
" ... et ritrovandosi uno prete per quelli ministerii, conforme il preinserto
ordine, - si tratta della bolla del 1571 - volimo che li possiano detenere in
detta chiesa di S. Lucia, e l'osserverete e farete osservare... sub pena
unciarum quinquaginta camerae apostolicae applicando. Datum Catanae die uno
Januarii 1576. Paternò V. G. ".
Non sappiamo quando la difficoltà di trovare un sacerdote fosse stata superata,
ma non dovette trascorrere molto tempo dall'ingiunzione del vicario generale G.
B. Paternò.
E tuttavia nuove difficoltà emergevano. Quelle economiche e l'inadeguatezza dei
locali:
" ... l'Ecciesia parrocchiale del quartiere di S. Lucia di essa terra, per
essere incapace delli genti di esso quartiere per avere cresciuto in grosso
numero... e per essere essa chiesa povera senza patrimonio alcuno... (17 aprile
1606) ".
La comunità di Sant'Antonio e Filippo, sollecitata da vive istanze, apprestò la
somma di onze settanta e così la chiesa venne ingrandita. Ma le difficoltà non
erano terminate. Il piccolo tempio, riassettato con l'impiego di legname, non
rispondeva alle esigenze, non era funzionale e le settanta onze, purtroppo, non
erano servite allo scopo.
Perciò, nel 1644, s'inoltrano nuove istanze alle autorità ecclesiastiche per
poter " sfabbricare " la vecchia chiesa, vendere il legname e costruirne una
nuova. E qui nuove difficoltà. Terminata la costruzione dell'edificio, non si
riesce a dotarlo di altari e di sagrestia. Quindi una supplica da parte dei "
Rettori di Santa Lucia di San Filippo " al vescovo Ottavio Branciforti:
" ... avendo fabbricato la chiesa nuova di detta Santa li manca in quella di
fare l'altare conforme era nella chiesa antica e metterci il quadro renovato di
detta Santa, e di più intendano incominciare la fabbrica della sacristia in
detta chiesa, senza la quale stanno scomodissimi... ".
Il Vescovo intervenne e i lavori vennero portati a termine. Ma neppure la nuova
chiesa durò a lungo. Il terremoto dell'11 gennaio 1693 la distrusse
interamente.
Venne ricostruita qualche anno dopo ed è sostanzialmente quella che noi oggi
vediamo coi tetto ligneo a cassettoni arabescato.
Sembrava ormai che serenamente dovesse trascorrere la vita della chiesa e del
quartiere, ma una nuova prova era ad essi riservata. Una dura prova che
coinvolse una larga parte della comunità di Sant'Antonio e Filippo.
Nella notte del 4-5 settembre 1761, Santa Lucia provò per prima le ire del
torrente che a ovest e in parte a sud la circonda. Da Santa Lucia, dopo forti e
prolungate piogge, irruppero le acque per tutta Acicatena, come afferma il
documento dell'epoca redatto dal notaro Michele Rossi Calì:
" ... tumefactus Torrens, vulgariter nuncupatus Vallone di Santa Lucia... ".
La violenza della massa fangosa, nell'orrore della notte, abbatté case e
coltivazioni, inondò le chiese e si fermò verso Aciplatani. Trentadue furono le
vittime ad Acicatena cento e undici ad Aciplatani e, come riferisce il citato
documento, " perierunt aliae septem de quarterio praedicto Sanctae Luciae...".
L'orrore di quella notte rimase a lungo scolpito nella memoria della
popolazione e il timore che si potesse rinnovare un simile disastro fu sempre
costante, durante i temporali, come annotava in alcuni suoi versi Domenico
Tempio:
Chi rinnovassi di Santa Lucia
la ria timpesta tìminu li genti!
Un quartiere singolare è quello di Santa Lucia, del resto come
ogni quartiere di un'ampia comunità. Ma quello di cui ci occupiamo sembra più
"patriottico", meglio personalizzato, e i suoi abitanti sentono di appartenere
ad un raggruppamento più omogeneo e compatto.
Bisogna tener presente che Santa Lucia si trova, per dir così, in una zona di
frontiera. Via Sanità delimita il confine tra i comuni di Acicatena e di
Acireale. delimitazione che sostanzialmente risale al 1640, allorché si
frantumò l'unità dell'Aci.
Il decreto di separazione, concesso nel dicembre 1639 dal cardinale arcivescovo
di Palermo Giannettino Doria, distaccava da Aquilia Vetere - l'attuale Acireale
- i quartieri dì Castello, Trezza, Bonaccorsi, Scarpi, Catena, Cubisia,
Finocchiari, S. Filippo, Valverde, S. Antonio, Cantarelli, Ragiti, Pisano e
Bongiardo, creando una nuova e unica " amplissima e liberalissima città che si
chiamò Aci S. Antonio e Filippo.
Santa Lucia vide così situato a ridosso dei confini con Acireale il proprio
centro abitato, a diretto contatto con quei " Fines regiae urbis Acis " - come
dice l'iscrizione tuttora leggibile in via Sanità -, collocati ad un centinaio
di metri dalla chiesa parrocchiale.
Santa Lucia dovette sopportare, quasi nel proprio quartiere, la presenza di un
piccolo fortilizio - oggi trasformato in abitazione privata -, di fronte
all'attuale chiesa di S. Maria della Sanità, con l'iscrizione " Acis Urbs
amplissima fida regibus ", ormai appena decifrabile .
Infine, se la nostra opinione non è errata, Santa Lucia per la sua posizione
topografica era costretta ad affrontare, più che gli altri quartieri, l'impatto
con gli aquilitani o acesi, che avevano fatto di tutto perché la separazione
non avvenisse.
Ci troviamo di fronte a fenomeni psicologici complessi, e voler collegare
strettamente causa ed effetto potrebbe risultare fuorviante. Tuttavia, altre
motivazioni sono da tener presenti nella formazione del temperamento dei
santalucioti: la stessa origine travagliata della parrocchia la cui
realizzazione, a quei tempo, significava pure sviluppo o consolidamento di un
aggregato umano sotto il profilo socioeconomico, oltre che religioso -; il
fatto di trovarsi in una località in gran parte impervia, al centro di strade
di smistamento che portano ad Acicatena, ad Aci S. Antonio e ad Acireale, e
l'aver costituito, sino a data non lontana da noi, un tipo di società, oltre
che agricola, pastorale.
Tutto questo spiegherebbe, non solo la compattezza del quartiere, ma una
particolare nota caratteristica: la combattività.
Essa si è esercitata nei confronti di Acicatena centro, da cui Santa Lucia si è
sentita attratta, ma con la quale ha inteso gareggiare, ora assumendo un
atteggiamento di superbo isolamento, ora di vittimismo, per poi tentare una
rivalsa, nell'ambito sempre ricorrente di un amore frustrato o di una sorta di
avversione amorosa.
Anche gli stessi parroci - soprattutto se forestieri - hanno subìto tale
combattività. Non sempre vi hanno avuto una vita facile e si sono verificati
frequenti periodi di " beneficio vacante ".
Basti pensare che, dal 1922 al 1978, mentre nella contigua parrocchia Matrice
di S. Maria la Catena si sono avvicendati tre prevosti-parroci, a Santa Lucia
tra parroci e vicari economi se ne sono avvicendati almeno otto.
Questo non vuoi dire che i santalucioti non amino il clero e la propria
parrocchia. Tutt'altro. Anzi sono esigenti, gelosi delle proprie tradizioni e
della Santa Patrona.
In tutta la diocesi di Acireale, è in quella parrocchia l'unica grande
devozione rivolta alla Santa protettrice della vista. E là, da ogni parte,
conviene una grande massa di fedeli, nel giorno della sua festa, e il tempio è
gremito per l'intera giornata.
L'immagine della Santa, ogni anno, s'affaccia dall'alto della superba
gradinata, sostando sullo sfondo del portale, slanciata, giovanile, assai
bella, a ricevere l'omaggio della folla, a godersi lo spettacolo dei fuochi
artificiali, prolungati, fragorosi, terrificanti.
Santa Lucia, dopo la Madonna della Catena, patrona della città, è la Santa più
importante ed è nel cuore di tutti.
Anche il quartiere Santa Lucia è nel cuore di tutta Acicatena, non soltanto
perché riesce spesso ad alimentare un'interna, locale ed affettuosa dialettica.
Questo rione è passaggio obbligato dei cortei funebri, che sostano e poi si
sciolgono davanti alla chiesa di Santa Lucia.
Un amoroso e delicato ufficio è il suo. Attraverso le sue campane, la comunità
rivolge l'ultimo saluto ai cari estinti.
I rintocchi, malinconici e vellutati, sono l'ultimo conforto che, sciolto il
corteo, accompagna il silenzioso carro funebre, lungo la ripida salita, verso
lo slargo aperto e riposante del camposanto.
Quel suono melodioso rivolge al silenzio ogni cruccio o animosità o affanno o
dissidio.
Perché sa che eterna è la vita.